n 7

L’alimentazione moderna è spesso sbilanciata verso il metabolismo di proteine e/o carboidrati: questo si traduce in due alterazioni che incidono sull’omeostasi osteoarticolare, cioè il sovraccarico di sostanze cristalloidi e l’acidosi organica. Nel primo caso si ha in particolare l’accumulo di due prodotti: l’acido urico e l’acido ossalico. L’uno, derivante in prevalenza dal consumo dicarni rosse e proteine animali, tende a depositarsi sotto forma di urato monopodico sulla superficie di cartilagini, sinovie e nelle strutture periarticolari causando dolorosi disturbi infiammatori (come l’artrite gottosa). L’altro, generato di solito dalla fermentazione dello zucchero, si converte in cristalli di ossalato di calcio cheprovocano il rilascio di mediatori infiammatori esottraggono inoltre calcio prezioso alle ossa. Nella seconda ipotesi si arriva alla demineralizzazione che si innesca quando il corpo cerca di correggere lo stato di acidosi in cui si trova, sfruttando come sistema tampone i minerali dei vari distretti organici e soprattutto quelli delle ossa. Vanno quindi evitate diete troppo ricche di proteine e zuccheri e gli alimenti acidificanti (sale, caffè, alcool, bevande gassate, cibi troppo elaborati e ricchi di condimenti) e non bisogna neppure eccedere in cereali raffinati, albume d’uovo e formaggi. È consigliato un regime alimentare vario e bilanciato, particolarmente attento all’introduzione di vitamina D, Ca e proteine vegetali, ma anche di vitamine del gruppo B, vitaminaC eK, fosforo, magnesio, potassio, manganese, rame, zinco, selenio, ferro, boro e silicio, un’attività fisica giornaliera adeguata alle soggettive condizioni fisiche e l’eliminazione dei fattori di rischio tra cui il fumo e il pericolo di cadute. Con il passare del tempo l’alimentazione può determinare anche patologie degenerative di grande impatto sociale, ovverol’artrite e l’artrosi, malattieestremamente suscettibili all’accumulo di sostanze pro-infiammatorie e tossine (come i coloranti e i conservanti alimentari), fortemente condizionate da una dieta appropriata. Infiammazione, gonfiore e tumefazione sono manifestazioni classiche di esse (in particolare dell’artrite reumatoide, altamente deformante e invalidante). Da alcune indagini cliniche si evidenzia inoltre una maggiore complessità etiologica dell’osteoporosi, inquadrabile non solo come una conseguenza della carenza e/o progressiva perdita di calcio, ma più nello specifico come una patologia infiammatoria scatenata da fattori ormonali (carenze estrogeniche, alterazioni degli ormoni tiroidei, cortisolo e paratormone), oltre che da neuropeptidi e mediatori pro-infiammatori liberati dal sistema nervoso simpatico. È necessario quindi assicurarsi il giusto grado di idratazione introducendo nel nostro organismo l’acqua, altrimenti il liquido sinoviale non viene prodotto a sufficienza. Bere è essenziale per il nostro benessere e spesso trascuriamo il fatto che le acque, specie quelle mineralizzate e a effervescenza naturale, contengono una discreta quantità di calcio e altri elementi minerali preziosi. Dal mondo vegetale possiamo ricavare componenti quali le pectine e i mucopolisaccaridi. Le pectine sono etero polisaccaridi idrosolubili presenti nelle pareti cellulari di molti frutti (mele, pere, pesche, ribes, prugne, ecc.). Nella nostra alimentazione non possono mancare alcuni mineraliad azione rigenerante su ossa e articolazioni: il ferro che ha tra le sue molteplici funzioni quella di partecipare in cofattori enzimatici per la sintesi del collagene, ottenibile attraverso fonti eme e non eme sotto forma di sali ionici Fe2+ e Fe3+ (cioccolato fondente, semi di zucca, broccoli e barbabietole, frutta essiccata pesche, albicocche, fichi e legumi quali lenticchie e fagioli); il rame, catalizzatore dei legami crosslinking di lisina e idrossiprolina per la sintesi collaginica (mandorle, nocciole, uvetta, avocado, germe di grano, funghi secchi e cacao amaro); lo zinco, elemento richiesto per l’attivazione di enzimi come la fosfatasi alcalina, indispensabile per la mineralizzazione ossea, o come la collagenasiche presiede all’organizzazione della struttura osteoarticolare (ostriche, vongole, arachidi, pinoli, semi di sesamo e zucca) e il silicio (in forma organica in cipolle, bietole, fagiolini, segale, avena e miglio). Un ruolo sostanziale è ricoperto dalle vitamine A e C: la prima contribuisce in modo significativo alla rigenerazione dei tessuti (albicocche, carote, zucca e pomodori); la seconda stimola la formazione di collagene sostenendo la parte fibrosa di ossa e cartilagini (kiwi, agrumi, fragole, lattuga, radicchio, prezzemolo e peperoncino). Sono da sconsigliare le integrazioni eccessive di calcio che vanno calibrate in funzione dell’età e di particolari esigenze fisiopatologiche (a questo proposito è opportuno fare riferimento ai L.A.R.N., ovveroLivelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti). Oltre al Ca, altre pedine entrano in gioco soprattutto la Vitamina K , capace di convertirein forma attiva l’osteocalcinanecessaria per un corretto metabolismo osseo (verdura a foglia verde come spinaci, broccoli e cavolini di Bruxelles, in cibi fermentati come i formaggi e i prodotti derivati dalla soia); il magnesio(crusca, cioccolato amaro, banane, fichi, datteri, piselli, carciofi e nei condimenti come l’aneto fresco e il sale integrale), essenziale per prevenire l’osteoporosi: l’American Journal of ClinicalNutrition ha dimostrato che chi ne assume molto possiede una struttura ossea più forte; il fluoro che stimola selettivamente lo sviluppo trasecolare e vertebrale (assumibile attraverso acque fluorurate, tè, succo d’uva o di pompelmo non zuccherati). È facile intuire come risulti molto evidente che le diete ricche di frutta e verdura, e quindi di vitamine e sali minerali, siano associate a una densità ossea nella norma o addirittura superiore a essa. Lo stile di vita di persone con problemi di osteoporosi non deve essere orientato alla ricerca di cibi contenenti tanto calcio, ma all’osservazione di semplici regole basilari:
1. Riduzione dello stato infiammatorio generale dell’organismo;
2. Controllo dei picchi insulinici nel sangue;
3. Rispetto della normocaloricità (mangiando a sufficienza in modo equilibrato e compensando anche il dispendio energetico dovuto all’attività sportiva);
4. Consumo di un’adeguata quantità di proteine vegetali (l’osso è fatto di matrice minerale e proteica);
5. Una pratica dello sport moderata ma regolare: consigliata con la raccomandazione di prestare attenzione, in una prima fase, al potenziale rischio di fratture;
6. La carenza di vitamina D influenza negativamente il metabolismo osseo (un suo grave deficit  determina rachitismo nel bambino e osteomalacia nell’adulto).
Tra le cause dell’acidosi metabolica, oltre all’uso prolungato di farmaci, allo stress, all’insufficiente idratazione, all’inquinamento, al fumo, all’alcool e alla sedentarietà, l’alimentazione sbagliata riveste un ruolo primario: tra i cibi maggiormente acidificanti figurano i latticini e i formaggi e quelli estremamente raffinati e ricchi di monosaccaridi, quali bevande zuccherate, dolci, pasta o riso raffinati, prodotti da forno, merendine e snack. Non si deve comunque dimenticare che anche l’eccesso di proteine, caffè, sale e additivi alimentari contribuisce a determinare una forte acidosi. La perdita di minerali alcalinizzanti, causata dall’acidosi tessutale, comporta peraltro un aumento dell’infiammazione corporea, per cui l’integrazione è fondamentale per mantenere un corretto bilanciamento acido-base che si riflette poisia sull’equilibrio del Sistema Neuro-Vegetativo sia su una valida reattività del Sistema Immunitario.

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equiseto

Tra le numerose piante medicinali indicate
all’integrazione suppletiva del metabolismo
osseo, l’Equiseto (Equisetum arvense) riveste
un ruolo di primo piano. Ricchissimo di
minerali e oligoelementi quali il silicio – indispensabile
per la sintesi delle fibre di collagene
presenti a livello cartilagineo ma anche
tendineo e cutaneo, la pianta vanta anche
un’azione depurativa e diuretica, capace di
contribuire all’eliminazione di scorie metaboliche
(urea, acido urico, nicotina ecc.) con effetto
detossificante. La sua comprovata efficacia
ne fa un rimedio indicato anche in caso di
infezioni delle basse vie urinarie e di edema
agli arti inferiori, in virtù delle sue proprietà
antiossidanti, diuretiche e antinfiammatorie –
legate al suo elevato contenuto di flavonoidi
Pianta medicinale di prima scelta nel trattamento dell’osteoporosi. Per la sua ricchezza in
silicio (5-8%) manifesta un’importante attività rimineralizzante. Sono segnalate proprietà
osteoblastiche. Il silicio contribuisce ad assicurare la solidità scheletrica, la plasticità
della cartilagine articolare e l’integrità del tessuto connettivale di sostegno; in caso di
frattura accelera la formazione del callo osseo. Viene segnalata, inoltre, una stimolazione
dell’eritropoiesi. Per facilitare il consolidamento osseo. Pianta ricca in silicio, manifesta azione rimineralizzante:
il silicio assicura la solidità scheletrica e in caso di frattura accelera la formazione
del callo osseo. Rimineralizzante. Grazie alla presenza di silicio i preparati a base di Equiseto contribuiscono
a conferire robustezza e a rinforzare capelli e unghie
Pianta ricca in silicio e dotata di attività rimineralizzante, riduce la tendenza a sviluppare
carie. usata in erboristeria da lungo tempo per le
sue qualità di rafforzante osteo-muscolare e di depurativo
del fegato.
I suoi germogli, simili ad asparagi, vengono in alcune
regioni consumati lessi, al pari dei loro più
nobili parenti. L’equiseto contiene fino al 15% di
acido silicico (una quantità di silicio rara da trovare
in natura), un glucoside delle saponine (equisetonina),
dei flavonoidi, piccole quantità di alcaloidi e
resine, un po’ di vitamina C, sostanze amare e sali
di potassio e manganese. In aggiunta alle proprietà
diuretiche ed antiemorragiche l’equiseto ha come
caratteristica fitoterapica principale quella di accelerare
i tempi di guarigione delle fratture, come
riportato da vari lavori (Leclerc 1989). Viene anche usato
in campo estetico per mantenere giovane la pelle
riducendo le rughe naturali. Il silicio è infatti un costituente
importante dell’enzima prolina-idrossilasi,
indispensabile per la formazione del collagene,
dell’elastina, dell’acido ialuronico, che sono costituenti
fondamentali di ossa, articolazioni, tessuti
connettivi, pelle. È dunque un fattore di crescita
e protezione di quelle catene proteiche che costituiscono
e rafforzano la struttura dell’osso, delle
cartilagini, dei legamenti e degli strati sottocutanei.
La sua somiglianza con il carbonio rende il silicio
un potenziale “infiltrato” in un mare di reazioni
biologiche. Come fattore di crescita ossea il silicio
è del tutto indipendente dall’azione della
vitamina D, e agisce, attraverso il miglioramento
dell’elasticità delle pareti arteriose, anche in
prevenzione cardiovascolare. Considerata la
difficoltà nell’assumere adeguate dosi di silicio
con il cibo (il silicio è presente soprattutto nella
buccia dei frutti, nei cereali integrali, nell’aglio
e nella cipolla, nel cavolfiore, nei piselli), disporre
di una fonte adeguata con l’equiseto può
risolvere con eleganza un problema di approvvigionamento.
La pianta è segnalata, oltre che per l’attività diuretica che si esplica senza modificazioni
nell’equilibrio degli elettroliti, per la capacità nello stimolare il metabolismo in generale,
una proprietà che risulta preziosa in questa patologia. Si ricorda, inoltre, che la
pianta è particolarmente ricca in silicio, ad azione rimineralizzante
Ancora una volta l’azione sinergica
di un preparato fitoterapico si rivela in grado di
esercitare un’azione più ampia e modulata sul
nostro delicato organismo.

frassino

foglie e la corteccia presentano attività analgesica e antiflogistica. Le foglie di Frassino possono manifestare, in virtù dell’alta concentrazione in acido
malico, sali di calcio e mannitolo una blanda azione lassativa scevra da effetti collaterali (coliche,
ad esempio). Sono presenti anche proprietà diuretiche e antilitiasiche (litiasi renale): il fraxoside,
uno dei componenti del fitocomplesso, risulta infatti uricolitico. Avvertenze: Non sono segnalati effetti effetti secondari e tossici alle dosi terapeutiche, a meno che non vi sia una particolare sensibilità individuale. Come per tutte le piante ad azione diuretica, prestare attenzione alla contemporanea assunzione di farmaci diuretici (possibile sommazione d’effetto).
I risultati di dieci studi randomizzati controllati condotti
dal 1988 al 1992 sono stati rivisti in una importante
revisione sistematica nel 1999.
L’azione dunque si estende dal dolore muscoloscheletrico
non infiammatorio a condizioni reumatiche
infiammatorie. Inoltre, tutti gli studi suggeriscono
che è relativamente priva di effetti avversi. I dati raccolti
sono promettenti, anche se alcuni studi hanno
dei limiti metodologici.
i princìpi
più attivi sono probabilmente salicilati, acidi fenolcarbonici,
flavonoidi, saponine triterpeniche e derivati
cumarinici. Il meccanismo d’azione comprende
l’inibizione del metabolismo dell’acido arachidonico
attraverso le vie della cicloossigenasi e della lipossigenasi,
portando a una soppressione dei mediatori
dell’infiammazione come la prostaglandina E2.15
nella terapia delle forme
reumatiche si riesca ad ottenere, con il loro impiego, un potenziamento dell’azione di altri
farmaci ad azione antireumatica. Sono presenti anche proprietà diuretiche e antilitiasiche
(litiasi renale): il fraxoside, uno dei componenti del fitocomplesso, risulta infatti uricolitico. Un
recentissimo studio che ha valutato
lo stesso composto concludendo che
inibisce in modo statisticamente significativo
sia la produzione di TNF-á sia l’espressione
di PTGS2, inducendo l’apoptosi nei monociti in modo
più efficace del diclofenac. Bonaterra e colleghi hanno
dimostrato che tali effetti sono mediati, almeno in
parte, dalla soppressione dell’attivazione del fattore
NF-êB. Pertanto, lo studio chiarisce alcuni meccanismi
d’azione e fornisce prove dell’effetto antinfiammatorio
e proapoptotico sui monociti umani stimolati
da lipopolisaccaridi e macrofagi differenziati.
Può essere dunque suggerito come antinfiammatorio
a carico dei monociti e dei macrofagi residenti anche
se sono necessarie ulteriori ricerche per decifrare i
target molecolari nelle vie NF-êB e determinare se
può sopprimere ulteriori reazioni infiammatorie mediate
dai macrofagi.

medicago sativa

Erba medica, grazie alla ricchezza in minerali
(calcio, fosforo, selenio, ecc.) presentano una interessante attività rimineralizzante. Viene
segnalata inoltre la presenza di un fitoestrogeno, il cumestrolo che sarebbe in grado di
accrescere la trama ossea sulla quale si possono fissare i minerali: risulta pertanto indicata
in menopausa, in particolare nella prevenzione dell’osteoporosi. può contribuire ad alleviare le manifestazioni depressive
nei soggetti anziani affetti da demenza o che non rispondono adeguatamente alla terapia
antidepressiva. Viene suggerito il suo impiego anche nel trattamento dei disturbi del sonno
dell’anziano che presenta depressione o tono dell’umore depresso. Grazie inoltre alla ricchezza
in vitamine, aminoacidi e minerali, viene impiegata come fortificante, corroborante e
rimineralizzante nell’astenia fisica e mentale e nei disturbi che derivano da
un’alimentazione insufficiente

dioscorea

Questa pianta contiene in particolare la diosgenina, sostanza
naturale che si trasforma in diidroepiandrosterone
(DHEA). Per quanto riguarda la menopausa, contribuisce
a combatterne i sintomi tipici come vampate,
stanchezza, secchezza delle mucose vaginali e maggior
predisposizione alle infezioni vaginali e urinarie.
Alcuni studi hanno dimostrato che è in grado di ridurre
la perdita di densità minerale ossea in menopausa, cosa
che, se confermata da altre indagini, renderebbe ottimisti
per l’uso di questa pianta anche per la prevenzione
dell’osteoporosi.

tè verde

Tè verde (Camelia sinensis) è stato
recentemente protagonista di alcuni studi
scientifici atti a evidenziare la sua efficacia
nel favorire il mantenimento della densità
ossea, svolgendo un’azione protettiva nei confronti
degli osteoblasti.

fieno greco

il Fieno greco (Trigonella foenum-graecum),
rimedio anabolizzante, emopoietico,
eritropoietico, antiossidante, con attività antisettica,
diuretica, gastroprotettrice, tonica
generale, ipoglicemizzante, antiartrosica.
Di notevole interesse, infine, sono gli studi
clinici rivolti a evidenziare la relazione tra
un’integrazione con isoflavoni e osteoporosi,
in virtù della minore incidenza del fenomeno
osteoporotico nelle popolazioni orientali.
Viene ipotizzato un possibile miglioramento
del metabolismo osseo da parte dei fitoestrogeni,
grazie a una regolazione dello scambio
di calcio attraverso le membrane cellulari
e a una regolazione del deposito del calcio
intracellulare. L’ipriflavone, fitoestrogeno
sintetizzato dalla daidzeina, sembrerebbe
il più attivo nella prevenzione
della perdita di massa
ossea tipica della menopausa e
nel miglioramento del turnover
osseo.

artiglio del diavolo

Le radici secondarie di Harpagophytum procumbens DC (Artiglio del diavolo) contengono
una elevata concentrazione di glicosidi iridoidi (arpagoside, arpagide, procumbide)
responsabili dell’attività antiinfiammatoria ed analgesica della pianta. Preparati ottenuti
dalle radici secondarie di Artiglio del diavolo sono tradizionalmente utilizzati nel trattamento
sintomatico delle manifestazioni articolari dolorose. La Commissione E della Sanità tedesca
ne sancisce l’uso per trattare patologie muscolo-scheletriche quali artrosi e lombalgia e nel
1996 l’ESCOP ne ha ugualmente riconosciuto l’efficacia per combattere il dolore che
accompagna artrosi e patologie tendinee. Esso contiene iridoidi monoterpenici
(arpagosidi, arpagide e procumbina)
e derivati feniletanolici (acetoside e
isoacetoside). L’estratto inibisce la
COX-2 (ma non la COX-1), la sintesi di
prostaglandina E2 e TNF-alfa (anche
se l’effetto sul percorso dell’acido arachidonico
non è provato negli esseri
umani), ma non del trombossano B2. Gli iridoidi sembrano importanti per l’attività (l’arpagoside inibisce COX-2 e forse la LOX) ma non sono i soli responsabili,
e l’effetto antinfiammatorio
dipende molto dal modo di somministrazione
e dalla natura dell’infiammazione
(acuta o cronica). In particolare,
gli effetti antinfiammatori sono stati
più convincenti in modelli di infiammazione
subacuta (dove la droga si è
dimostrata attiva quanto il fenilbutazone)
piuttosto che in modelli di infiammazione
acuta. La pianta e i suoi
componenti non sembrano agire con
meccanismo FANS-simile. 2,6 grammi di un estratto secco standardizzato
al 2% di arpagoside e il
3% di glicosidi iridioici totali, testato
insieme ai FANS in uno studio clinico
su pazienti con osteoartrite, ha
ridotto il dolore spontaneo e l’utilizzo
di FANS e analgesici in caso di osteoartrite
del ginocchio e all’anca, in 16
settimane. Diversamente dall’osteoartrite,
i dati clinici indicano che
l’artiglio del diavolo potrebbe non essere
efficace in caso di artrite reumatoide,
ma essendo l’evidenza puramente
preliminare è ancora presto
per trarre conclusioni. Si ritiene che gli
iridoidi (arpagoside, arpagide, procumbide), considerati i
principi attivi della pianta, manifestino “effetti inibitori sul
TNF-á e sul metabolismo dell’acido arachidonico agendo
sull’espressione della COX-2 mRNA7”. La presenza dei flavonoidi,
oltre a determinare proprietà antispasmodiche
e antiossidanti, contribuisce a completare e a rinforzare
l’effetto antiflogistico. Harpagophytum procumbens può
rappresentare una opzione seria per il trattamento delle forme lievi o moderate di artrosi. La pianta è sconsigliata ai pazienti affetti da
ulcera gastrica e duodenale; per tutti gli altri pazienti si consiglia l’assunzione a stomaco
pieno. Sono possibili interazioni con farmaci anticoagulanti, farmaci ipotensivanti, farmaci
ipoglicemizzanti, farmaci antiaritmici (sommazione di effetto). Si consiglia vigilanza in caso
di assunzione contemporanea di farmaci cortisonici e FANS (aumento della gastrolesività
per effetto additivo). La Commissione E precisa che in caso di litiasi biliare la prescrizione
deve essere solo medica.

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Costruiamo qualcosa insieme.


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